16 11 / 2011

A volte serve la sveglia

Agli inizi degli anni 90 ero solo un ragazzino quindicenne, senza pelo e neppure tanto sveglio.

Abituato fin da piccolo alla pappa pronta, alle merendine monouso, ai fazzoletti di carta, alla cancellabile, alle cose che si buttano, che non durano. Compro una cosa oggi, non importa che sia di ottima qualità tanto domani se ne compra un’altra. Le mode passeggere in cui vestiti di due anni fa non sono più indossabili oggi.

La scuola ci educava al fatto di essere tutti uguali, e doveva essere un imperativo.

A casa ci educavano (forse) per essere meglio degli altri soprattutto quando si va in chiesa, di tutto punto, per sfoggiare l’impressione sociale di contare di più.

La TV ci educava (molto, troppo), salvo pochi onesti cartoni animati, ad avere senza essere. Un caleidoscopico mondo parallelo che si sovrapponeva al mondo reale. La vera confusione si sarebbe fatta prepotentemente sentire negli anni a venire.

Anche la chiesa ci educava, purtroppo. Il messaggio che passava (a me) era pressappoco: predicare bene e far quello che si vuole con annessa confessione scacciapensieri, ma attenti a salvare le apparenze.

In tutto questo, da quindicenne, ho trovato il tempo di soffermarmi sui pochi appigli che mi sono stati lanciati. Forse è stato il caso, la fortuna, non lo so. Un appiglio fu sicuramente questo ricordo del mio professore di inglese che un giorno all’inizio  della scuola ci fece ascoltare e analizzare una canzone di un cantautore fino ad allora per me assolutamente sconosciuto. La canzone era “Blowing in the wind” e l’autore, come tutti sapevano tranne noi ragazzi vissuti fuori dal mondo dal 1977 al 1992, è Bob Dylan.

Per me fu come se fosse suonata la sveglia.

L’insegnante non si ferma all’analisi grammaticale, alla pronuncia, all’inglese. Va oltre. Accenna qualcosa ai diritti civili, lancia qualche spunto. Storia, musica, cultura generale.

Fu così che forse per la prima volta, cominciai a provare interesse per qualcosa che mi avevano detto a scuola. Ma fui il solo, altri miei compagni non furono colpiti da questa lezione se non per il fatto che non costituiva materiale da studiare a casa.

Ne parlai con qualche mio amico sedicente appassionato di musica. Snobbato Dylan come fosse un vecchio lagnoso. Evidentemente, all’epoca, avevo le amicizie sbagliate.

Ne parlai con qualcuno che credevo avesse la coscienza storica necessaria per sapermi indirizzare. Mio padre mi disse che erano contestatori, sfigati, mezzi drogati, senza voglia di fare niente nella vita, figli dei fiori. Andassero a lavorare come aveva fatto lui fin da giovanissimo, invece di strimpellare una chitarra.

Sono passati vent’anni e, ancora oggi, ogni volta che sento Joan Baez cantare “Blowing in the wind” (che sarà pure una canzone poco elaborata, dal testo semplice e con accordi da oratorio) mi viene da piangere. Un po’ per la gioia di vivere, un po’ per la malinconia di quello che è stato, un po’ per la tristezza delle occasioni mancate. Quello che non capisco è come possano fare alcune persone a vivere senza queste cose.